lunedì 19 febbraio 2024

Cercare Alternative Nonviolente

“Liberaci dal male”. Ogni volta che recitiamo il Padre nostro, lanciamo quell'appello, di solito senza dedicare a questa piccola preghiera un pensiero particolare; talvolta, però, le parole vengono pronunciate con attenzione e una disperata urgenza. 

C’è nel mondo un oceano di male, espresso in una miriade di modi: menzogne, tradimenti, crudeltà, abusi sessuali, stupri, furti, bullismo, schiavitù e via dicendo. Il male accade negli ambiti più piccoli della vita come nei più grandi, nelle famiglie e tra le nazioni. Spesso comporta la violenza, con ferite che vanno da escoriazioni e occhi pesti a lesioni gravi o mortali. Nel caso

della guerra, innumerevoli sono le persone uccise e milioni quelle ferite. In ogni genere di conflitto spesso le cicatrici che restano sono invisibili e il disturbo da stress post-traumatico è ampiamente diffuso. Milioni di persone si trascinano da un giorno all'altro ricorrendo ad antidepressivi e sonniferi, e cè chi diventa dipendente dalle droghe. Per molti è di gran lunga più facile credere all'inferno che al paradiso. L’inferno è un'esperienza familiare. Liberarsi dai frammenti di inferno che hanno invaso la propria vita è una lotta quotidiana. Eppure la vita cristiana è molto di più che evitare il male. Nella parabola di un uomo da cui era stato scacciato un demone, Gesù afferma:

«Quando lo spirito impuro esce dall'uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo, ma non ne trova. Allora dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. E, venuto, la trova vuota, spazzata e adorna. Allora va, prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora; e l’ultima condizione di quell'uomo diventa peggiore della prima. Così avverrà anche a questa generazione malvagia (Mt 12,43-45)».

Una parabola strana. Qual è il senso? Si può trovarne una spiegazione nella fisica. I vuoti sono voraci e attirano tutto quanto è a portata di mano. Applicato alla vita spirituale, il senso è che si può riuscire a espellere uno spirito cattivo dalla propria vita, ma, a meno che qualcosa di nuovo e di vivificante non riempia lo spazio svuotato, il vuoto che è stato creato attirerà di nuovo non solo lo spirito cattivo esiliato, ma altri sette più malevoli del primo. La parabola suggerisce che uno sforzo puramente negativo di sbarazzarsi delle abitudini autodistruttive, per quanto efficace sulla breve durata, spesso crea un ambiente interiore che finisce per rendere la situazione addirittura peggiore di quella che era. Quante persone conoscete che si sono sottoposte a una dieta rigida, perdendo svariati chili, ma qualche mese dopo erano più grosse che mai? Il peso era stato perso sul momento, ma non erano ancora state acquisite quelle nuove abitudini necessarie per rendere la perdita di peso permanente.

Qualcosa di simile avviene per la violenza. La passività - rifiutarsi di rispondere con violenza alla violenza - è meglio che adottare i metodi del proprio avversario, ma non basta. Se desideriamo essere liberati dal male, di certo una parte della risposta consiste nel cercare metodi che funzionino meglio delle nostre attuali soluzioni fallaci: alternative nonviolente. Di fatto, questa ricerca va avanti da secoli e non è stata priva di frutti.

La comunità cristiana delle origini stupiva i suoi ostili vicini, a ogni livello, rifiutandosi di utilizzare mezzi violenti, che fosse per autodifesa o per ordine di chi comandava. Ma la testimonianza nonviolenta offerta dai cristiani era solo uno degli aspetti del costoso sforzo di convertire i propri nemici, invece di distruggerli. E buona cosa non fare del male ma fare del bene è meglio; bene non uccidere ma meglio salvare vite.

Questo tipo di approccio al conflitto inizia da una consapevole aspirazione a trovare soluzioni radicate nel rispetto per la vita, inclusa la vita dei nostri nemici, e nella speranza che anche loro ne trarranno beneficio. Se nessuno può essere certo di trovare sempre una risposta nonviolenta a ogni crisi che possa presentarsi, possiamo però pregare che Dio ci aiuti a escogitare metodi di resistenza al male che non soltanto evitino di nuocere agli oppositori, ma che comportino anche soluzioni migliori a quei problemi che determinano l’insorgere della violenza.

Durante lo scorso secolo, in parte anche grazie a movimenti associati a leader quali Gandhi e Martin Luther King, quella lotta nonviolenta è divenuta un’alternativa ampiamente riconosciuta alla passività da un lato, e alla violenza dall'altro. Si potrebbe mettere insieme un’enciclopedia di diversi volumi raccogliendo storie, dai tempi antichi fino ai nostri giorni, che dimostrano il potere della nonviolenza nel trasformare i cuori e le strutture sociali. Ma è negli ultimi decenni, mentre la tecnologia della violenza rendeva la guerra qualcosa di più infernale di qualunque male contro cui potesse mai essere diretta, che sono stati adottati in misura crescente degli approcci nonviolenti alla risoluzione del conflitto, da parte di quanti lottano per i diritti umani e la giustizia sociale.

A motivo del mio lavoro con diversi gruppi che promuovono approcci nonviolenti alla risoluzione del conflitto, ho avuto il privilegio di conoscere molti straordinari operatori di pace, alcuni dei quali piuttosto celebri ma la maggior parte noti principalmente nei loro paesi. Penso, per esempio, a Mario Carvalho de Jesus, conosciutissimo in Brasile ma di cui nel resto del mondo si sa poco o nulla. Grazie all'attività che stavo svolgendo intorno al 1989 con l’IFOR, mi capitò di conoscerlo. Mario è un avvocato brasiliano, sposato e padre di sette figli. Il risvegliarsi in lui di una religiosità cristiana, esperienza che visse mentre era ancora uno studente di legge, lo portò a maturare una vocazione di impegno per i poveri. Arrivò a collaborare alla nascita del Servizio per la pace e la giustizia, una rete di movimenti per la giustizia sociale latinoamericani. È anche tra i fondatori del Fronte nazionale del lavoro, un’organizzazione brasiliana di lavoratori che promuove l'applicazione della dottrina sociale cristiana mediante la nonviolenza attiva.

Nel periodo tra il 1964 e il 1985, quando il Brasile era governato da una giunta militare, il coinvolgimento di Mario con i poveri e con i sindacati lo rese un bersaglio del regime, facendolo di conseguenza finire ripetutamente in carcere. Dettaglio degno di nota: Mario possiede il dono di arrivare a tutti, inclusi i nemici, con la sua maniera affettuosa, disarmante.

Durante uno sciopero, quando venne inviata la polizia ad attaccare i lavoratori, Mario si mise alla testa dei manifestanti scandendo a voce alta lo slogan: “Lunga vita alla polizia!”. Poi andò a parlare con i poliziotti, dicendo loro: “Noi siamo vostri fratelli! Proprio come voi avete la vostra uniforme, anche noi abbiamo i nostri abiti da lavoro. Se la legge in Brasile proteggesse i diritti, saremmo stati noi a chiamarvi e a chiedervi di intervenire nei confronti del nostro capo. Ma ora che siete qui non dovete preoccuparvi per noi. Non vi creeremo problemi. Rispetteremo la proprietà e le persone”. Poi passò a spiegare agli agenti i motivi per cui i lavoratori stavano scioperando. La polizia decise di non disperdere la manifestazione. Fortunatamente, dopo quarantasei giorni, i lavoratori ottennero l’accordo che stavano cercando.

Durante i periodi trascorsi in carcere, Mario si comportava in modo altrettanto amichevole con le guardie, senza risentimento per la sua condizione di prigioniero. “Il carcere - mi disse - mi offre l'opportunità di trasmettere il messaggio evangelico alla polizia!”. Spiegava:

«Non dobbiamo avere paura di finire in prigione o di dare la nostra vita perché è proprio la paura che rafforza il sistema politico. Ricordatevi degli apostoli, quando venivano messi in prigione e picchiati. Venivano picchiati ma erano felici di dare testimonianza alla verità di Cristo. Dobbiamo preparare gli attivisti nonviolenti a essere contenti quando vengono mandati in carcere.»

Mario spiegava spesso in cosa consistesse la nonviolenza attiva:

«A un primo sguardo, il metodo della violenza è quello che impressiona maggiormente perché soddisfa i nostri impulsi aggressivi. Ma, guardando attentamente, si vede che ciò che la violenza promette non si verifica mai. Quando va bene, se si è abbastanza fortunati da stare dalla parte vincente, si scopre che molte delle persone e dei luoghi che si volevano proteggere sono andati distrutti. C’è un piccolo intervallo a disposizione - chiamato “pace” - prima del prossimo scoppio. Un altro problema della violenza è che richiede segretezza, per poter essere efficace. Gli incontri devono essere clandestini, e bisogna diffidare perfino delle persone con cui si lavora, perché c’è sempre la possibilità che una di loro sia una spia. Inoltre, il fattore della violenza impedisce di solito alla famiglia di lavorare insieme per il cambiamento sociale. Comporta il sacrificio di se stessi, il che può essere positivo, ma ha una tendenza alla corruzione e, per sua natura, distrugge. La violenza ha sempre fretta. Prospera nutrendosi di paura, collera, odio e aggressione. Usa menzogne. Nella vita di Gesù, inoltre, non c’è alcun tipo di uccisione. Lo si vede invece parlare chiaro e tondo contro la violenza. La nonviolenza attiva, però, non cerca la vittoria di un gruppo su un altro, bensì un cambiamento di cui benefici l’intera società. Si basa sulla verità e sull’amore, non sulla dominazione. È paziente. È disposta a prendersi tutto il tempo che ci vuole. È convinta che, proprio come ci siamo convertiti tu e io, anche altri possano cambiare. Chi di noi cambia grazie alle minacce? Piuttosto che far soffrire il nemico o il testimone incolpevole, la persona nonviolenta prende su di sé la sofferenza e fa tutto il possibile per proteggere chi è innocente. Con la nonviolenza attiva, tutta la famiglia può partecipare, anche il debole e l'anziano. Noi rispettiamo ogni persona e crediamo che ciascuna abbia qualcosa di buono da realizzare, qualcosa di cui tutti abbiamo bisogno. Nonviolenza significa guarire, invece che uccidere. Come i medici cercano di guarire i corpi mal funzionanti, noi cerchiamo di guarire le comunità mal funzionanti. E con la nonviolenza, possiamo sempre ispirarci alla vita di Gesù, il quale vive soltanto della verità e ci offre costantemente l'esempio della guarigione».

Un altro esempio ancora è quello offerto dalla lotta per la democrazia nelle Filippine, nel 1983. Che esito differente si avrebbe avuto, se non fosse stato per l’impegno nonviolento di così tante persone. Negli ultimi mesi prima che il dittatore Ferdinand Marcos fuggisse dal paese, sorsero delle “tendopoli” per la preghiera e la formazione alla nonviolenza in diversi centri abitati. Di ritorno da una visita ai leader del movimento di formazione alla nonviolenza nelle Filippine, Hildegard Goss-Mayr scrisse:

«Una delle tende era stata issata all’interno di un piccolo parco nel bel mezzo della zona delle banche a Manila, dove si concentrava il potere finanziario del regime di Marcos. Intorno alla tenda della preghiera, si trovavano, giorno e notte, persone che si erano impegnate a digiunare e pregare e che, nel loro digiuno e nelle loro preghiere, portavano avanti l’intero processo rivoluzionario. E io ritengo che non daremo mai abbastanza risalto a questo aspetto: che cioè in tutto quel processo c’è stata sempre questa unione di un’azione esterna nonviolenta, diretta contro un regime ingiusto, e di quella profonda spiritualità che ha dato alle persone la forza, più avanti, di restare ferme in piedi davanti ai carri armati e di affrontare i carri armati: la potenza del digiuno e della preghiera.

E nelle celebrazioni dell’eucarestia puntualizzavano che non si combatte contro gli esseri umani in carne e ossa, ma si combatte contro i demoni della ricchezza e dello sfruttamento e dell’odio che devono essere espulsi ... da se stessi, dai militari, da Marcos e dai suoi seguaci ... C'è una grande differenza ... tra incentivare l’odio e la vendetta o invece aiutare le persone a prendere posizione risolutamente per la giustizia ma, al tempo stesso, a non lasciarsi possedere dall’odio per quanti stanno dalla parte dell’oppressore ... [Si impara] a prendere posizione per la giustizia e ad amare il proprio nemico ... fino al punto di voler essere liberati, di volerlo rendere libero, di volerlo conquistare, portarlo dalla propria parte. Non si vuole la sua distruzione ma la sua liberazione».

Fu precisamente quello spirito a guidare centinaia di migliaia di persone disarmate a riempire le strade, a sbarrare il passo ai carri armati e a rivolgersi ai soldati come a fratelli e sorelle. “Tu sei uno di di noi”, ripetevano. “Tu appartieni al popolo”. Nel caso di un distaccamento di soldati inviati a prendere il controllo di una stazione televisiva, con l’ordine di farsi strada sparando se necessario, le persone che bloccavano l’ingresso accolsero i soldati offrendo loro hamburger e Coca Cola acquistati al vicino ristorante McDonald's. I soldati mangiarono gli hamburger, bevvero la Coca Cola e fecero rientro alle loro caserme.

Il 26 febbraio 1986, sconfitto da un movimento nonviolento che aveva fatto ricorso a quello che veniva chiamato “potere del popolo”, il regno di Ferdinand Marcos terminò. Lui e la moglie, Imelda, furono portati alle Hawaii da un jet dell’aviazione statunitense.

[estratto da: Jim Forest "Amare i nemici. Il comandamento più difficile". 2014]

sabato 17 febbraio 2024

La riconciliazione, inizio della pace

 [...] «L'offerta del perdono  è il momento più alto dell'evento etico e del momento teologale della Parola, perché appello alla conversione nel senso più forte di questo termine: il rovesciamento del cuore violento, la sua resa senza più resistenza. Per questo motivo la forza del perdono raggiunge anche il massimo della fragilità: il perdono dato può essere rifiutato, può lasciare indifferenti o persino suscitare risentimento. Il perdono è privo di ogni garanzia storica di avere una propria efficacia sul destinatario.

Si aggiunga che, accanto a quegli episodi dove l'identificatore dell'offensore e dell'offeso non presenta alcuna difficoltà, si distende il campo molto più ampio dove l'offesa è stata reciproca, dove ragioni e torti stanno da entrambe le parti, e perciò il perdono può essere soltanto dato e richiesto a un tempo; e il gesto complessivo è allora la proposta di riconciliazione. In ambito "politico" (assumiamo il termine nell'accezione più larga) l'inizio della pace è dato da questa volontà: accettare l'offerta di riconciliazione. Il «fare la pace» - nel senso dei «costruttori di pace» della beatitudine in Mt 5,9 - è insieme il «fare pace» e il «costruire la pace»; ma la prima pietra di questa costruzione è quella volontà di riconciliazione. Ora, la coscienza della fragilità del perdono e della riconciliazione postula un atteggiamento di fede, sia essa modulata religiosamente o meno. Bisogna credere nella pace per costruire la pace; credere nella pace come riconciliazione per costruire la pace come pienezza. Dove il "credere" va inteso in quel senso così delicato e arduo che definisce il rapporto tra persone: quell'aver fiducia che fa credito  alla possibile volontà di bene anche malgrado ogni prova contraria, ma al tempo stesso non rinuncia alla vigilanza nei confronti della ancora possibile volontà di male.

Va nella prima direzione, della fiducia incrollabile, l'assunzione della nonviolenza come elemento definitorio della politica; un'assunzione che è matura quando è consapevole della propria  qualità di miracolo. É quanto traspare da una dichiarazione fatta a suo tempo da Gerry Adams; «Qualcuno sostiene che la politica è l'arte del possibile. Ciò la sminuisce: la politica in Irlanda del Nord è l'arte dell'impossibile».

É una visione che dissipa, da un lato, l'illusione della politica come ingegneria sociale, governata da principi di necessità quasi meccanica, e, dall'altra, l'illusione supplementare che ai limiti della politica ponga riparo il ricorso sistematico alla violenza. Ma insieme il miracolo della relazione tra soggetti non ha nulla di sensazionale; e dunque la violenza non può garantire in termini di necessità mistico-magica il proprio risultato.

Questo vuol dire che l'adozione della nonviolenza come principio e motore della politica non può essere intesa come esclusione di un eventuale ed eccezionale ricorso alla violenza. Il pacifismo assoluto, inteso come negazione di tali eventualità, è fede cieca nell'efficacia della nonviolenza, dove l'aggettivo non è una maggiorazione del sostantivo, ma una sua contaminazione con elementi che le sono estranei, appartenenti al mondo dell'irrazionale. [...]

[estratto da: Armido Rizzi "Alle origini della violenza. Il nodo della cultura di pace" 2015]

lunedì 12 febbraio 2024

Sette pratiche di riconciliazione

«In quattro giorni di dibattito vennero formulate sette pratiche di riconciliazione per ricomporre le dispute all'interno del sangha [..]
La prima pratica è detta sammukha-vinaya, "sedere faccia a faccia". La disputa deve essere esposta davanti all'intera comunità, in presenza di entrambe le parti in causa. Lo scopo è di dissuadere da discussioni private che hanno inevitabilmente l'effetto di influenzare e di far parteggiare per l'una o l'altra fazione, accrescendo la tensione e la discordia.
La seconda è detta smirti-vinaya, "ricostruzione dei fatti". Le parti si sforzano di ricostruire dall'inizio le cause della disputa. Si cerca di far luce sui minimi particolari. Quando vi siano, vengono presentate prove e testimonianze. La comunità ascolta in silenzio e attenzione per raccogliere tutti i dati utili alla comprensione della disputa.
La terza è detta amudha-vinaya, "non ostinazione". Si suppone la buona volontà delle parti di risolvere il conflitto, e la comunità si aspetta che entrambi i contendenti diano prova di ricercare la riconciliazione. L'ostinazione è da considerarsi negativa e controproducente. Se una parte ammette di aver violato un precetto per ignoranza o in un momento di agitazione mentale, senza intenzione di trasgredire, la comunità ne tiene conto in vista di una soluzione equa per entrambe.
La quarta è detta tatsvabbasiya-vinaya, "confessione spontanea". Le parti vengono incoraggiate ad ammettere la propria trasgressione senza bisogno di esservi spinte dal contendente o dalla comunità. La  comunità concede tutto il tempo per dichiarare le proprie colpe, per minime che siano. L'ammissione spontanea è un grande passo verso la riconciliazione e incoraggia la parte avversa a fare altrettanto.
La quinta è detta yadbbuyasikiya-vinaya, "decisione unanime". Sentite le due parti ed essendo palese la volontà dei contendenti di giungere a un accordo, la comunità emette un verdetto unanime.
La sesta è detta pratijnakaraka-vinaya, "accettazione del verdetto". Il verdetto viene pronunciato tre volte ad alta voce. Se nessuno protesta, è considerato vincolante. Le parti non hanno il diritto di opporsi, in quanto dichiarano di avere fiducia nella decisione della comunità e di accettare il verdetto, qualunque esso sia.
La settima pratica è detta trnastaraka-vinaya, "coprire il fango con la paglia". Nella riunione, un monaco anziano è delegato a rappresentare ciascuna delle due parti. Vengono scelti due monaci di grande levatura, che godono del rispetto del sangha. Essi ascoltano con attenzione e senza intervenire, quindi esprimono la propria alta opinione, pronunciando parole capaci di lenire e guarire le ferite, di indurre la riconciliazione e il perdono, così come, stendendo sul fango della paglia, si può passare senza insudiciarsi gli abiti. La presenza di tali monaci anziani fa sì che le parti accantonino più agevolmente i meschini interessi, che le amarezze vengano addolcite e la comunità possa esprimere un verdetto equo per entrambi i contendenti».

[ Thich Nhat Hanh in: "Vita di Siddhartha il Buddha" 1991 ]

politica fondata sulla non violenza

«Lo scorso anno, maestà, mi recai nella mia famiglia, nel regno degli Sakya. Mi fermai alcuni giorni ad Arannkutila, ai piedi dell'Himalaya, e riflettei su una politica fondata sulla non violenza. Compresi che uno stato può godere di pace e sicurezza senza dover ricorrere a misure violente come imprigionare e mettere a morte. Ne parlai a mio padre, il re Suddhodana, e ora ne parlo anche a te. Un governante che regna con compassione non ha necessità di dipendere da mezzi violenti».
[ Thich Nhat Hanh in: "Vita di Siddhartha il Buddha" 1991 ]

lunedì 5 febbraio 2024

Liliana Segre: «Scelsi la vita e da quel momento sono diventata libera»

 [..] Con i suoi tredici anni Liliana si trova davanti il suo aguzzino nazista che goffamente si toglie la sua divisa per tentare di salvare la pelle, lasciandole la pistola ai piedi. Dalle fibre incorrotte della sua umanità calpestata emerge un gesto che cambia tutto. Liliana non raccoglie quella pistola, non spara perché dice a se stessa, in un immaginario dialogo con lui: «Ti lascio andare, ti lascio tornare alla tua casa, a tua moglie, ai tuoi figli».
La sua testimonianza s'è calata nel profondo della mia anima. L'ho ripresa decine di volte, nelle circostanze più diverse, fino a sentirla al vertice di quello che chiamo "l'umano". Indica la via che schiude alla pace con una drammaticità unica.  Il gesto che l'ebrea Liliana conserva in silenzio per lunghissimi anni è un gesto di bene inesauribile, che dissolve lentamente il male subito. Poi può essere comunicato, disseminato: «Io scelsi la vita e da quel momento sono diventata libera».
Un gesto di pietà verso il nemico, fecondo di salvezza per altri. Un passo che toglie a Liliana l'etichetta angusta della "sopravvissuta" - e Dio sa quanti non ne hanno sopportato il peso! - gettandola fuori da Auschwitz in una vita nuova. In quel gesto si sono spezzati i cancelli e i fili spinati interiori. Nel "lasciare andare" una persona,il nemico, ha lasciato andare il male e i suoi effetti, prendendone le distanze per sempre.
Non ha dimenticato, Liliana, ma è entrata in quella dinamica di riconciliazione che mezzo secolo più tardi, in Sudafrica, ha alimentato la giustizia riparativa da parte della vittima: generare un inizio senza vendicarsi. Un inizio sorprendente, una fessura, anzi uno squarcio da cui il futuro ha ripreso consistenza e luce, mentre il male vissuto si è inabissato nel nulla. Come tanti altri ebrei, Liliana negli anni è stata capace di "far memoria", a prezzo della sofferenza catartica di rivivere il tragico passato.

[estratto da: Franco Vaccari "stoRYcycle - la bellezza di storie rovesciate" 2018]

lunedì 29 gennaio 2024

La pace di Francesco. - Pax Christi, Beati costruttori di pace e la Comunità di Sant'Egidio, pratica e diplomazia contro la guerra.

 'Perché come dice papa Francesco...'. Nella galassia pacifista italiana può succedere più e più volte di incappare in questa premessa all'inizio di un ragionamento.  Una specie di sigillo di qualità preventivo delle proprie affermazioni, nella speranza di non venire arruolati nel campo dei nemici dell'Occidente. E allo stesso tempo un richiamo all'unica figura universalmente riconoscibile come portatrice dei valori di un pensiero pacifista radicale. Il pontificato di Francesco rappresenta infatti un passaggio rivoluzionario nella storia della Chiesa perché sin dal suo insediamento quel cattolicesimo definito del dissenso, guardato con sospetto dalle gerarchie per la pericolosa vicinanza con le forze progressiste e materialiste, non solo viene pienamente legittimato, ma anzi accolto ed eletto a interlocutore principale del papa. Il quel dissenso c'erano storicamente ampie sensibilità pacifiste che in passato si erano mosse e a volte saldate contro le cautele e il realismo delle gerarchie ecclesiastiche, dai Cristiani per il socialismo, a Pax Christi, dalla rete Lilliput a Beati i costruttori di pace, dalla Comunità di Sant'Egidio alla Comunità papa Giovanni XXIII. Furono coinvolti perfino alcuni settori di Comunione e Liberazione, basti pensare che, ad esempio, i giovani di CL nel Meeting di Rimini del 1981 votarono un documento contro l'installazione dei missili atomici a Comiso. Se papa Giovanni Paolo II diceva che la Chiesa «non è pacifista ma pacificatrice», un pò un modo per sfuggire a un possibile intruppamento in un contenitore storicamente progressista, oggi la Chiesa «è pacifista per ché crede e lotta per la pace», riprendendo un titolo dell'«Osservatore romano» che citava le parole del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin.
Il discorso pubblico di José Bergoglio attorno al tema della pace, del disarmo e del rifiuto della violenza ha sempre avuto la caratteristica di privilegiare la schiettezza. Con lo scoppio della guerra in Ucraina è avvenuto lo stesso, se possibile alzando ulteriormente i toni di condanna e di disgusto di fronte all'escalation militare. Partendo sì dal presupposto che si stava trattando di un'aggressione militare, ma denunciando al contempo il clima bellicista in cui ci si stava avvitando. 

[Matteo Pucciarelli in: "Guerra alla guerra. Guida alle idee e alle pratiche del pacifismo italiano. 2023]

mercoledì 24 gennaio 2024

Strategie per la pace

   Non cedere all'odio
In un brano del Vangelo di Luca, Gesù dà ai discepoli  alcune indicazioni fondamentali di vita. Il Signore si riferisce alle situazioni più difficili, quelle che costituiscono per noi il banco di prova, quelle che ci mettono di fronte a chi ci è nemico e ostile, a chi cerca sempre di farci del male.
In questi casi il discepolo di Gesù è chiamato a non cedere all'istinto e all'odio, ma  ad andare oltre, molto oltre. Andare oltre l'istinto, andare oltre l'odio. Gesù dice: «Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano» (Lc 6,27). E ancora più concreto: «A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l'altra» (v.29). Quanto noi sentiamo questo, ci sembra che il Signore chieda l'impossibile. E poi, perché amare i nemici? Se non si reagisce ai prepotenti, ogni sopruso ha via libera, e questo non è giusto. Ma è proprio così? Davvero il Signore ci chiede cose impossibili, anzi ingiuste? É così? 
  Consideriamo anzitutto quel senso di ingiustizia che avvertiamo nel "porgi l'altra guancia". E pensiamo a Gesù. Durante la Passione, nel suo ingiusto processo davanti al sommo sacerdote, a un certo punto riceve uno schiaffo da una delle guardie. E Lui come si comporta? Non lo insulta, no, dice alla guardia: «Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?» (Gv 18,23). Chiede conto del male ricevuto. Porgere l'altra guancia non significa subire in silenzio, cedere all'ingiustizia. Gesù con la sua domanda denuncia ciò che è ingiusto. Però lo fa senza ira, senza violenza, anzi con gentilezza. Non vuole innescare una discussione, ma disinnescare il rancore, questo è importante: spegnere insieme l'odio e l'ingiustizia, cercando di recuperare il fratello colpevole. Non è facile questo, ma Gesù lo ha fatto e ci dice di farlo anche noi. Questo è porgere l'altra guancia: la mitezza di Gesù è una risposta più forte della percossa che ha ricevuto. Porgere l'altra guancia non è il ripiego del perdente, ma l'azione di chi ha una forza interiore più grande. Porgere l'altra guancia è vincere il male con il bene, che apre una breccia nel cuore del nemico, smascherando l'assurdità del suo odio. E questo atteggiamento, questo porgere l'altra guancia, non è dettato dal calcolo o dall'odio, ma dall'amore. Cari fratelli e sorelle, è l'amore gratuito e immeritato che riceviamo da Gesù a generare nel cuore un modo di fare simile al suo, che rifiuta ogni vendetta. Noi siamo abituati alle vendette: "Mi hai fatto questo, io ti farò quell'altro", o a custodire nel cuore questo rancore, rancore che fa male, distrugge la persona.

  Veniamo all'altra obiezione: è possibile che una persona giunga ad amare i propri nemici? Se dipendesse solo da noi , sarebbe impossibile. Ma ricordiamoci che, quando il Signore chiede qualcosa, vuole donarla. Mai il Signore ci chiede qualcosa che Lui non ci dà prima. Quando mi dice di amare i nemici, vuole darmi la capacità di farlo. Senza quelle capacità noi non potremmo, ma Lui ti dice: «Ama il nemico» e ti dà la capacità di amare. Sant'Agostino pregava così - ascoltate che bella preghiera questa -: Signore, «dammi ciò che chiedi e chiedimi ciò che vuoi» (Confessioni, X, 29.40), perché me lo hai dato prima. Che cosa chiedergli? Che cosa Dio è contento di donarci? La forza di amare, che non è una cosa, ma è lo Spirito Santo.
  La forza di amare è lo Spirito Santo, e con lo Spirito di Gesù possiamo rispondere al male con il bene, possiamo amare chi ci fa del male. Così fanno i cristiani. Com'è triste, quando persone e popoli fieri di essere cristiani vedono gli altri come nemici e pensano a farsi guerra! É molto triste.
  E noi, proviamo a vivere gli inviti di Gesù? Pensiamo a una persona che ci ha fatto del male. Ognuno pensi a una persona.  É comune che abbiamo subito il male da qualcuno, pensiamo a quella persona. Forse c'è del rancore dentro di noi. Allora, a questo rancore affianchiamo l'immagine di Gesù, mite, durante il processo, dopo lo schiaffo. E poi chiediamo allo Spirito Santo di agire nel nostro cuore. Infine preghiamo per quella persona: pregare per chi ci ha fatto del male.
  Noi, quando ci hanno fatto qualcosa di male, andiamo subito a raccontarlo agli altri e ci sentiamo vittime. Fermiamoci, e preghiamo il Signore per quella persona, che l'aiuti, e così viene meno questo sentimento di rancore. Pregare per chi ci ha trattato male è la prima cosa per trasformare il male in bene.

  Essere piccoli per arrivare alla pace.

In un passo del Vangelo di Marco vediamo una reazione di Gesù piuttosto insolita: si indigna. E quello che più sorprende è che la sua indignazione non è causata dai farisei che lo mettono alla prova [...] ma dai suoi discepoli che, per proteggerlo dalla ressa della gente, rimproverano alcuni bambini che vengono portati da Gesù. In altre parole , il Signore non si sdegna con chi discute con Lui, ma con chi, per sollevarlo dalla fatica, allontana da Lui i bambini. Perché? É una bella domanda: perché il Signore fa questo?
  Ci ricordiamo che Gesù, compiendo il gesto di abbracciare un bambini, si era identificato con i piccoli: aveva insegnato che proprio i piccoli, cioè coloro che dipendono dagli altri, che hanno bisogno e non possono restituire, vanno serviti per primi. Chi cerca Dio lo trova lì, nei piccoli, nei bisognosi: bisognosi non solo di beni, ma di cura e di conforto, come i malati, gli umiliati, i prigionieri, gli immigrati, i carcerati. Lì c'è Lui: nei piccoli. Ecco perché Gesù si indigna: ogni affronto fatto a un piccolo, a un povero, a un bambino, a un indifeso, è fatto a Lui.
  Qui il Signore riprende questo insegnamento e lo completa. Infatti aggiunge: «Chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso» (Mc 10,15). Ecco la novità: il discepolo non deve solo servire i piccoli, ma riconoscersi lui stesso piccolo. E ognuno di noi, si riconosce piccolo davanti a Dio? Pensiamoci, ci aiuterà. Sapersi piccoli, sapersi bisognosi di salvezza,. è indispensabile per accogliere il Signore. É il primo passo per aprirci a Lui. Spesso , però, ce ne dimentichiamo. Nella prosperità, nel benessere, abbiamo l'illusione di essere autosufficienti, di bastare a noi stessi, di non aver bisogno di Dio. Fratelli e sorelle, questo è un inganno, perché ognuno di noi è un essere bisognoso, un piccolo. Dobbiamo cercare la nostra propria piccolezza e riconoscerla. E lì troveremo Gesù.
  Nella vita riconoscersi piccoli è un punto di partenza per diventare grandi. Se ci pensiamo, cresciamo non tanto in base ai successi e alle cose che abbiamo, ma soprattutto nei momenti di lotta e di fragilità. Lì, nel bisogno, maturiamo; lì apriamo il cuore a Dio, agli altri, al senso della vita. Apriamo gli occhi agli altri. Apriamo gli occhi, quando siamo piccoli, al vero senso della vita. Quando ci sentiamo piccoli di fronte a un problema, piccoli di fronte a una croce, a una malattia, quando proviamo fatica e solitudine, non scoraggiamoci. Sta cadendo la maschera della superficialità e sta emergendo la nostra radicale fragilità: è la nostra base comune, il nostro tesoro, perché con Dio  le fragilità non sono ostacoli, ma opportunità. Una bella preghiera sarebbe questa: "Signore, guarda le mie fragilità..." ed elencarle davanti a Lui. Questo è un buon atteggiamento davanti a Dio.
  Infatti, proprio nella fragilità scopriamo quanto Dio si prende cura di noi. Il Vangelo ci dice che Gesù è tenerissimo con i piccoli: «Prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro» (ivi, v. 16). Le contrarietà, le situazioni che rivelano la nostra fragilità sono occasioni privilegiate per fare esperienza del  suo amore. Lo sa bene chi prega con perseveranza: nei momenti bui o di solitudine, la tenerezza di Dio verso di noi si fa - per così dire - ancora più presente. Quando noi siamo piccoli, la tenerezza di Dio la sentiamo di più . Questa tenerezza ci dà pace, questa tenerezza ci fa crescere, perché Dio si avvicina col suo modo,  che è vicinanza, compassione e tenerezza. E quando noi ci sentiamo poca cosa, cioè piccoli, per qualsiasi motivo, il Signore si avvicina di più, lo sentiamo più vicino. Ci dà pace, ci fa crescere. Nella preghiera il Signore ci stringe a sé, come un papà col suo bambino. Così diventiamo grandi: non nell'illusoria pretesa della nostra autosufficienza - questo non fa grande nessuno - ma nella fortezza di riporre nel Padre ogni speranza. Proprio come fanno i piccoli, fanno così.

  Riconciliare

  La settima beatitudine [è dedicata agli] "operatori di pace", che vengono proclamati figli di Dio. [...] Per capire questa beatitudine bisogna spiegare il senso della parola "pace", che può essere frainteso o alle volte banalizzato. Dobbiamo orientarci fra due idee di pace: la prima è quella biblica, dove compare la bellissima parola shalom, che esprime abbondanza, floridezza, benessere. Quando in ebraico si augura shalom, si augura una vita bella, piena, prospera, ma anche secondo la verità e la giustizia, che avranno compimento nel Messia, principe della pace.
  C'è poi l'altro senso, più diffuso, per cui la parola "pace" viene intesa come una sorta di tranquillità interiore: sono tranquillo, sono in pace. Questa è un'idea moderna, psicologica e più soggettiva. Si pensa comunemente che la pace sia quiete, armonia, equilibrio interno. Questa accezione della parola "pace" è incompleta e non può essere assolutizzata, perché nella vita l'inquietudine può essere un importante momento di crescita. Tante volte è il Signore stesso che semina in noi l'inquietudine per andare incontro a Lui, per trovarlo. In questo senso è un importante momento di crescita; mentre può capitare che la tranquillità interiore corrisponda a una coscienza addomesticata e non a una vera redenzione spirituale. Tante volte il Signore deve essere "segno di contraddizione" (cfr. Lc 2,34-35), scuotendo le nostre false sicurezze, per portarci alla salvezza. E in quel momento sembra di non avere pace, ma è il Signore che ci mette su questa strada per arrivare alla pace che Lui stesso ci darà. 
  A questo punto dobbiamo ricordare che il Signore intende la sua pace come diversa da quella umana, quella del mondo, quando dice: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la dò a voi» (Gv 14,27). Quella di Gesù è un'altra pace, diversa da quella mondana.
  Domandiamoci: come dà la pace il mondo? Se pensiamo ai conflitti bellici, le guerre si concludono, normalmente in due modi: o con la sconfitta di una delle due parti, oppure con dei trattati di pace. Non possiamo che auspicare e pregare perché si imbocchi sempre questa seconda via; però dobbiamo considerare che la storia è un'infinita serie di trattati di pace smentiti da guerre successive, o dalla metamorfosi di quelle stesse guerre in altri modi o in altri luoghi. Anche nel nostro tempo, una guerra "a pezzi" viene combattuta su più scenari e in diverse modalità. Dobbiamo perlomeno sospettare che ne quadro di una globalizzazione fatta soprattutto di interessi economici e finanziari, la "pace" di alcuni corrisponda alla "guerra" di altri. E questa non è la pace di Cristo!
 Invece, come"dà" la sua pace il Signore Gesù? San Paolo dice che la pace di Cristo è "fare di due, uno", annullare l'inimicizia e riconciliare. E la strada per compiere questa opera di pace è il suo corpo. Egli infatti riconcilia tutte le cose e mette pace con il sangue della sua croce, come dice altrove lo stesso Apostolo.
  E qui mi domando, possiamo tutti domandarci: chi sono, quindi, gli "operatori di pace"? la settima beatitudine è la più attiva, esplicitamente operativa; l'espressione verbale è analoga a quella usata nel primo versetto della Bibbia per la creazione e indica iniziativa e laboriosità. L'amore per sua natura è creativo - e cerca la riconciliazione a qualunque costo. Sono chiamati figli di Dio coloro che hanno appreso l'arte della pace e la esercitano, sanno che non c'è riconciliazione senza dono della propria vita, e che la pace va cercata sempre e comunque. Sempre e comunque: non dimenticatevi questo! Va cercata così. Questa non è un'opera autonoma frutto delle proprie capacità, è manifestazione della grazia ricevuta da Cristo, che è nostra pace, che ci ha resi figli di Dio.
  La vera shalom e il vero equilibrio interiore sgorgano dalla pace di Cristo, che viene dalla sua croce e genera un'umanità nuova, incarnata in un'infinita schiera di santi e sante, inventivi, creativi, che hanno escogitato vie sempre nuove per amare. I santi, le sante che costruiscono la pace. Questa vita da figli di Dio, che per il sangue di Cristo cercano e ritrovano i propri fratelli, è la vera felicità. Beati coloro che vanno per questa via.

[papa Francesco in: "Che la pace sia con te. La guerra non è mai inevitabile" 2022]

venerdì 19 gennaio 2024

Sulla via della pace

"Andavo con il chiedermi quando don Lorenzo si fosse messo sulla via della pace, senza riuscire a trovare quand'è che fosse avvenuto.
Egli non aveva scritto trattati sulla pace, né perlato di educazione ad essa, o istituito conferenze sull'argomento, e tanto meno aveva attuato per se stesso, o con i suoi ragazzi, degli atti pacifisti dirompenti, di quelli che fisicamente sfidano gli atti più violenti e li vincono con la sola forza del porgere l'altra guancia, opponendo al dominio del male la resistenza passiva della sofferenza.
A molti poi, laici e uomini di Chiesa, la sua azione appariva essere più l'azione di un seminatore di zizzania che quella di un costruttore di pace.
E come dar torto a costoro, se lo stesso don Lorenzo affermava:
«Io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza  che si addice al maestro. Non ho avuto né educazione, né riguardo, né tatto. Mi sono attirato contro un mucchio di odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti di conversazione e di passione del mio popolo». [Don Lorenzo Milani. Esperienze pastorali, p.146.]

Ora, non c'è dubbio che in questa affermazione vi possano essere passaggi poco chiari e, se vogliamo, anche un pochino discutibili, come può essere l'espressione: «Io al mio popolo gli ho tolto la pace».
Ma è anche vero che, se guardiamo a quel che era stato l'inizio del suo apostolato a San Donato di Calenzano, vi vediamo un uomo e un prete che ha ben chiaro il concetto di pace come lotta per la giustizia con i soli mezzi della vera giustizia, che sono tutti tesi a una soluzione costruttiva dei conflitti, ma che nulla hanno a che spartire con l'amor di quieto vivere.
Ci basti pensare al suo intervento alla Conferenza di Doccia, sulla vicenda dei licenziamenti in una fabbrica di ceramiche, che fu più un togliere dal quieto vivere che togliere la pace. Traendone, purtroppo, un silenzio penoso proprio da chi egli, con verità, aveva difeso: i poveri.
Attratta, quindi, dalle parole di don Lorenzo , e in particolare dall'espressione: «Io al mio popolo gli ho tolto la pace», seguita da una conclusione positiva di elevazione morale e spirituale del popolo... mi proposi di capire dove stava il nesso fra don Milani e la pace, e tornai con insistenza a chiedermi quando don Lorenzo si fosse messo sulla «via della pace».
Forse quando riconosce al povero, come unici mezzi di lotta per il proprio riscatto da una condizione di miseria morale e sociale, tre strumenti nonviolenti: la parola, il voto, lo sciopero? O forse quando, nella Risposta ai cappellani militari e nella Lettera a i giudici, affronta il discorso dell'obiezione di coscienza, giungendo da questa al tema dell'obbedienza, della responsabilità individuale e del valore della coscienza?
Sì, forse, anche; ma io sentivo che c'era di più. Perché la pace prima di essere un fatto esteriore è un fatto interiore, e non basta l'aver scioperato o digiunato per una causa giusta per potersi dire sulla via della pace.
Occorre, prima d'ogni altra cosa, un lavoro su se stessi che va oltre la trasformazione non violenta dei conflitti, benché questo sia già un impegno grandemente nobile.

[Maria Grazia Fida in: "Educare alla pace. La via di don Milani. 2012]

martedì 16 gennaio 2024

Quell'orgoglio della dignità umana

di Saverio Tutino è l'intervento pronunciato da Saverio Tutino in una delle serate del convegno su Ernesto che Guevara per amore della vita indetto dal comune di Roma (biblioteca Rispoli in particolare) con la collaborazione della fondazione che Guevara terminato il 14 novembre dello scorso anno. La versione che pubblichiamo è stata rivista dall'autore. Quaderni della fondazione Che Guevara volume 2 del 1999 speciale sulla Bolivia.

A 32 anni dalla sua morte l'elemento primario che mi resta dentro della sua persona è quell'orgoglio della dignità umana che lui sapeva dimostrare e anche inspirare agli altri o stimolare negli altri. Ho conosciuto due persone che avevano questa qualità evidente: il Che e Don Milani. Sono morti nello stesso anno, Guevara tre mesi dopo Milani. Per citare solo una frase di Lorenzo che si sarebbe potuta confondere con una del Che penso a quando il parroco di Barbiana, senza aver mai nominato Guevara ai suoi alunni, parlava del sogno di un mondo in cui "l'uomo deve essere a misura umana cioè personale e individuale". "El hombre nuevo" del Che, cioè quello de "L'uomo e il socialismo a Cuba", l'ultimo scritto pubblicato da Guevara aveva - nel sogno - la stessa configurazione.

Non ho la pretesa di riassumere tutto ciò che è stato scritto su questo tema d'epoca negli anni '60. Ma l'accostamento di due figure che hanno rappresentato due miti paralleli e convergenti mi pare non sia stato sottolineato spesso nel ricordo degli italiani. Tutti e due non hanno avuto paura di andare contro le istituzioni a loro più vicine pur di affermare verità impolitiche, scomode [patenti (?)] Lorenzo diceva che lui prima di parlare non consultava alcun altro principio che  quello della verità, non esitando magari per essa, "a calpestare carità, spirito di corpo, educazione, edificazione..." E aggiungeva anche "onore mio", che per uno di cultura ispanica sarebbe stato "mi honra".

Lo spirito era lo stesso ed era in gran parte lo spirito dell'epoca quello che poi diventerà la "contestazione". Il Che se la prendeva con i giovani che a Cuba si mostravano troppo disciplinati rispetto al partito e ammoniva che un giovane comunista doveva "saper tenere alto il proprio nome individuale" (ecco un eco di don Milani), che bisognava "agire sempre come singoli individui" e essere capaci anche di disobbedire e di opporsi, ogni volta che ci si fosse accorti che qualcosa andava male, chiunque l'avesse prescritta.
"Saper discutere e chiedere chiarimenti su tutto ciò che non è chiaro..." raccomandava il Che con un'ostinazione alla don Milani: "la nostra gioventù deve essere sempre libera capace di discutere e di scambiare idee..."
E Lorenzo "il ragazzo va educato alla coscienza della propria dignità di uomo, di cittadino; alla propria responsabilità di uomo che pensa con la sua testa...".

L'aberrante logica militare della malavita organizzata

Il caso a cui mi riferisco è intenzionalmente provocatorio, un viaggio nella vertigine mentale, ma è volto a far comprendere a quali storture la logica bellicista può essere piegata e come diventi funzionale alla giustificazione, quanto meno "psicologica" di ogni violenza.

Nella pluriennale esperienza di cappellano del carcere, mi è capitato più volte di conoscere e assistere spiritualmente detenuti in art. 41bis, cioè affiliati alla malavita organizzata: mafia, camorra, ndrangheta. I più erano personaggi minori, /picciotti/, gregari, bassa manovalanza del crimine, e tuttavia con reati gravi sulla propria fedina penale, non di rado omicidi.

Almeno nel proprio privato conducevano una vita regolare: una moglie o una convivente, dei figli, e molti legami parentali, di solito intensi e affettuosi. Anche la loro religiosità appariva sorprendentemente normale, in prevalenza di tipo devozionale, ma a volte anche accompagnata dalla lettura di testi sacri e, specie in carcere, nutrita dalla partecipazione alle liturgie e alle catechesi.

Ciò che spesso sconcertava nei colloqui era il desiderio di una vita diversa, tranquilla e quieta, sostenuta logicamente dal proposito di prendere le distanze dall'esistenza malavitosa precedente, senza tuttavia che ci fosse un dichiarato pentimento per ciò che era stato commesso, o meglio un autentico dolore per i reati di sangue di cui erano colpevoli. Il pentimento c'era, magari per le trasgressioni legate al malaffare, per le infedeltà all'amicizia, per le mancanze ai propri doveri di genitore, o per i tradimenti matrimoniali. Si poteva a volte aggiungere un senso di pietà per le vittime e per il dolore dei loro cari, ma di rado emergeva il rimorso per le uccisioni o le gravi violenze compiute.

Non so se per difesa inconscia o per una precisa formazione ricevuta tali violenze erano spiegate nell'inquadramento "militare" dell'associazione di cui avevano fatto parte: un atto di obbedienza dovuto al superiore, una necessità da cui non esimersi nello scontro tra piccoli eserciti che difendono i diritti delle proprie famiglie, la propria sopravvivenza e il proprio benessere o nel conflitto con lo Stato, sentito come nemico e straniero.

L'impressione è che la malavita organizzata sia un sistema sociale che si sostituisce alla società legittima e ne ricalca molti caratteri, mira al controllo del territorio e crea reti di interessi economici e sociali, fornendo una giustificazione che rassicura il soggetto singolo e permette addirittura di far convivere l'atto violento e la preghiera, la lotta cruenta  con l'avversario e l'invocazione per essere protetto. E come sui campi di battaglia si benedicono i soldati che vanno a morire e a uccidere, convinti che stanno compiendo il proprio dovere e stanno difendendo i confini patri o i diritti della propria nazione o gli interessi del proprio sistema sociale, così il /picciotto/ prega, si raccomanda ai santi e alla Madonna, prima di affrontare in armi il nemico.

Questo uso mostruoso del modello della "guerra" che spiega e razionalizza la violenza, rendendola accettabile alla coscienza, per quanto erronea, mette in luce a mio avviso il suo assurdo dispositivo e ci pone drammatici interrogativi su qualsiasi logica militare.

[Estratto da "Roberto Filippini:  Il Vangelo della Pace. Caso serio di credibilità". 2015]


lunedì 15 gennaio 2024

Don Lorenzo Milani ci disse: dovete lasciare l'Università

Quando ero studente all'Università di Firenze, scoppiò in quella città la polemica tra Don Lorenzo Milani (esiliato a Barbiana dall'arcivescovo Florit) e i cappellani militari, capeggiati da un profugo istriano che si diceva essere vicino al MSI. I preti con le stellette avevano definito "viltà" l'obiezione di coscienza, allora punita senz'altro con il carcere, ed avevano approfittato - se ricordo bene - dell'anniversario del concordato lateranense tra Fascismo e Vaticano per riconfermare la loro vocazione statalista patriottica e di appoggio alle gerarchie militari. Don Lorenzo Milani aveva risposto a loro su "rinascita",  guadagnandosi - insieme al direttore responsabile della rivista comunista - un processo. Personalmente ero fortemente tentato dall'idea dell'obiezione di coscienza, e al tempo stesso spaventato dal rischio carcerario che essa avrebbe comportato: per intanto avevo risolto il problema con il rinvio per motivi di studio. Ovviamente il "caso Don Milani" e la sua presa di posizione sull'obbedienza che non era più una virtù mi colpivano profondamente ed esprimevano una posizione morale ed esistenziale in cui anch'io mi riconoscevo.

Volevo sapere di più su don Lorenzo Milani, e venni informato di un suo libro uscito qualche anno prima e tolto dalla circolazione per disposizione dell'autorità ecclesiastica (sempre il medesimo Florit, succeduto al tollerante e lungimirante cardinale Dalla Costa, che era stato molto venerato da Giorgio La Pira). Mi feci dire il modo di procurarmi quel "samizdat": bisognava andare alla Libreria Editrice Fiorentina, in via Ricasoli, individuare un certo libraio e dirgli con sguardo complice: "sono uno dei ragazzi di don Lorenzo e dovrei prendermi il suo libro"; così feci, dopo di che ricevetti regolarmente una copia di /Esperienze pastorali/, tolta dall'armadietto dei veleni. Era per me un libro di difficile lettura, perché fortemente ancorato - anche nel linguaggio - alla realtà toscana, dove per esempio gli operai godevano di un prestigio sociale infinitamente superiore a quello dei contadini:  tutto il contrario del Sudtirolo, e quindi per me quasi incomprensibile, come molte delle parole usate nel libro ("i pigionali", per esempio).  Ma avevo capito una cosa determinante: che don Lorenzo Milani aveva deciso di voler parlare "ai poveri" e che per poterlo fare doveva prima "dare loro la parola":  così aveva deciso di fare scuola, come presupposto essenziale di evangelizzazione. Caduto in odore di filo-comunismo, era stato tolto dalla circolazione, come il suo libro: mandarlo a Barbiana, significava renderlo muto ed isolato.
Con un amico andai a trovarlo, dopo lo scoppio della polemica sull'obiezione di coscienza. Ci ricevette nella sua canonica, rubando un pò di tempo ai ragazzi ed alla scuola. Due tra le cose da lui dette mi sono rimaste particolarmente impresse.
/"Dovete abbandonare l'Università. Voi non fate altro che aumentare la distanza che c'è tra voi e la grande massa della gente non istruita. Fate piuttosto qualcosa per colmare quella distanza. Portate gli altri al livello in cui voi vi trovate oggi, e poi tutti insieme si farà un passo avanti, e poi un altro ancora, e così via. Ma se voi continuate a correre, gli altri non vi raggiungeranno mai.So bene che potrete trovare altri - anche preti! - che vi diranno il contrario e che vi troveranno mille buone ragioni per continuare i vostri studi e per diventare dei bravi medici o giudici o scienziati al servizio del popolo. Ma in realtà sarete al servizio solo del vostro privilegio - per curare le nostre malattie e per decidere le cause nei tribunali ci bastano i mercenari pagati, non c'è bisogno di voi"/
(Non lasciammo l'Università. Ma demmo inizio ad un doposcuola a Vingone, presso Scandicci, basato sul volontariato di parecchi universitari, e frequentato prevalentemente da figli di immigrati meridionali).
/"Io so come andrà il giudizio universale. Il Signore Iddio chiamerà, insieme a me, davanti a sé il rettore del collegio ... dei gesuiti a Milano. Dirà al rettore: "vedi, tu sei stato sempre con i ricchi. Hai fatto le loro stesse letture, hai condiviso la loro compagnia, sei strato loro commensale, hai educato i loro figli - non puoi non essere diventato come loro. Hai sbagliato tutto, credendo magari di fare bene. Hai chiuso gli occhi davanti a coloro che rappresentavano me, e ti sei immedesimato nei loro oppressori. Guarda invece don Lorenzo che è qui accanto a te: lui ha scelto unilateralmente. Lui ha capito che non si possono amare concretamente più di 3-400 persone, ed ha scelto i poveri, i suoi campagnoli. Si è messo dalla loro parte, ha condiviso il loro mondo. Questo io vi avevo comandato, e tu non hai voluto ascoltare". Ma siccome il Signore è buono, alla fine gli darà un calcio nel sedere e lo farà entrare nel paradiso, mentre io entrerò con tutti gli onori. Capite? Se voi state con i ricchi, non potete non diventare come loro, se non lo siete già."/
Ad un certo punto don Milani aveva proibito l'accesso a Barbiana a tutti quelli che avessero un titolo di studio superiore alla terza media, a meno che non fossero chiamati esplicitamente da lui e per una funzione precisa (a me capitò solo una o due volte). Tra le rare eccezioni c'era un'anziana donna ebrea boema, laureata in matematica, sopravvissuta al periodo nazista grazie all'aiuto di amici toscani che l'avevano tenuta nascosta in montagna. Marianne Andre arrivava a Barbiana a piedi, con il suo zaino, e stava ad ascoltare in grande modestia, parlando solo quando veniva invitata ad esprimersi. Diventammo amici e scoprii che aveva conosciuto mio padre. Dopo la morte di don Milani decisi di tradurre /Lettera a una professoressa/ in tedesco e di cercare un editore (che ho trovato in Wagenbach), associando a questa impresa - in particolare per la revisione del testo tedesco - anche Marianne Andre, che ne era molto felice. La ragione del suo  privilegio a Barbiana aveva una spiegazione semplice: era una perseguitata, che già aveva perso tutti gli altri suoi privilegi legati alla sua istruzione e condizione sociale.
Due cose mi avevano sempre incuriosito e non convinto in don Milani, ma non ho mai trovato il coraggio e l'occasione di chiedergliene ragione. Avevo tentato di chiederlo, dopo la sua morte, a sua madre ( che era sopravvissuta a lui, e che non si è mai fatta battezzare), ma mi ero poi arrestato sulla soglia di queste due domande, che quindi rimangono senza risposta.
Avrei voluto capire quale eredità don Milani aveva ricevuto e conservato dall'ebraismo, che lui aveva abbandonato per convertirsi ad un rigoroso cattolicesimo.
Ed avrei voluto domandargli la ragione della sua (eccessiva, secondo me) fiducia nelle grandi aggregazioni (la chiesa, la DC, i comunisti, il sindacato ...), e della sua diffidenza e forse disprezzo per le minoranze ( ii "filo-cinesi", il Psiup di allora, gli "estremisti", le minoranze laico-radicali ...). Avevo capito che lui credeva molto nelle grandi culture popolari e nella necessità che le idee forti si facessero strada in modo non elitario tra le grandi masse. Ma ho sempre avuto il sospetto che questa impostazione facesse in qualche modo violenza alla sua stessa storia, tutta quanta: dalla sua origine, al suo cammino nella chiesa fiorentina, fino all'esilio di Barbiana ed a quell'ultima sua disperata attesa di un cenno di riconoscimento e di apprezzamento da parte del suo vescovo e persecutore, il cardinale Florit.
Forse la prima domanda riceve implicitamente risposta dalla seconda, e dalla legge formale della chiesa, vissuta con la tenacia del "popolo della legge" e con la caparbietà di un profeta che vuole indurre le corti ed i sommi sacerdoti a cambiare strada.  [da "Azione nonviolenta", giugno 1987]
[Estratto da "Alexander Langer - Il viaggiatore leggero. Scritti 1965-1995" 2015]