martedì 2 dicembre 2025

Educare alla pace in tempo di guerra

« La relazione è l'ambito diretto in cui fare la pace.
Se pratichiamo la cultura della pace, dell'ascolto accogliente, del rispetto reciproco, i rapporti con il mondo saranno illuminanti, orientati al futuro.

Se non mi apro a conoscenze nuove, non vivrò mai bene il rapporto con la stagione storica a cui appartengo, perché le strutture umane, e noi con loro, sono in continua evoluzione.

La mala informazione diviene così essa stessa uno strumento di guerra.
Diventa prioritaria l'esigenza di fornirsi di reti informative di altra qualità,
non controllabili dai poteri militari e finanziari,
quindi in ultima istanza dai padroni del mercato globale.

Non è un caso che lo strapotere dei media vada di pari passo allo smantellamento delle reti di formazione, a partire da quella scolastica. 

Il problema non è solo l'alfabetizzazione integrale delle giovani generazioni:
sono anche i cosiddetti adulti ad avere bisogno di comprendere le contemporaneità in cui ci si trova a vivere.
Sto pensando alla formazione permanente degli adulti come presupposto concreto di libertà.
Ho coniugato contemporaneità al plurale, perché non ne esiste più una soltanto, condivisa.
La cosiddetta realtà virtuale influenza anche quello che Ungaretti definiva _il sentimento del tempo_, poiché per mezzo della tecnologia digitale stiamo vivendo in tempi e universi che sono diversi tra di loro, ci occorrono dati nuovi, ci dobbiamo abituare a una complessità sempre più articolata.

Mi convinco sempre di più che si assume totalmente la propria umanità nella rivolta contro il disumano. E nella lotta che ne consegue.
E nel volerla condurre senza i mezzi della violenza e del terrore, ma con gli strumenti del conoscere, dell'analizzare, del contrastare con la verità.»

in Andrea Bigalli - Elisa Lelli "Educare alla pace in tempo di guerra"  2024

lunedì 1 aprile 2024

Davide Melodia - Se vuoi la pace prepara la pace - Testimonianze 1981

Parlerò come di solito si dice, brevemente, ma anche effettivamente con la coscienza in mano, pur se sarà per semplici enunciazioni, senza analisi approfondite. Ieri abbiamo sentito una serie di interventi che hanno trattato il pacifismo da tutti i punti di vista fuorché dal nostro e si è parlato di un generico pacifismo del recente passato come se fosse un movimento o una visione del mondo all'acqua di rose. Vorrei rispondere a queste persone che o non lo conoscono o scoprono ora l’acqua calda, perché il pacifismo che io ho conosciuto è quello che ho anche studiato sui libri, è quello che ho studiato attraverso la storia delle religioni e delle eresie che sono state perseguitate e massacrate proprio quando erano pacifiste sul serio e facevano sul serio e non erano all’acqua di rose. È un pacifismo che ha le spalle larghe così, per essere gentili. La gente che ci ha lasciato la vita, in Italia e all’estero per il pacifismo non era all’acqua di rose, non era generica ed era altamente politicizzata.

Comunque il pacifismo di cui noi siamo rappresentanti o del movimento non violento della lega per il disarmo unilaterale è un pacifismo che per lo meno, dalla seconda guerra mondiale non si chiama più così, si chiama nonviolenza e si batte contro tutte le forme di violenza che non sono rappresentate dalla guerra, ma da tutte le altre forme di repressione e di oppressione, di imperialismo culturale all’interno e al di fuori del proprio paese. Non sto qui a farvi la storia del pacifismo di questo tipo, dalla nostra angolazione, ma vi dico che se si crede che quello sia pacifismo, abbiamo preso un grosso abbaglio. Ed allora questo spiegherebbe perché qui, per ora, vi sia stato più rispetto per le istituzioni e per i partiti che non per i gruppi spontanei e per i movimenti che vengono dal basso. Ma se abbiamo invece il serio intento di riconoscere che abbiamo bisogno di approfondire e di creare una cultura della pace, allora da questo momento io faccio l’appello che si riesca a lottare a fianco a fianco più con coloro che non si riconoscono nei partiti e nelle istituzioni che con coloro che vi si riconoscono, altrimenti il mondo non cambierà mai.

La vera cultura della pace futura non passa attraverso le istituzioni, attraverso il potere, ma semmai al contrario, contro le istituzioni, contro il potere. Detto questo dico anche che si è sottovalutato il valore, il peso dell’obiezione di coscienza; perfino se ci fosse un solo obiettore di coscienza, come c’era solo nel ’49, questa unica persona non è soltanto un personaggio di élite perché sul suo risveglio, di coscienza, sul piatto della bilancia lui pesa più di mille e più di diecimila, più di diecimila persone la cui coscienza ancora dorme. Ma se aumentano come stanno aumentando in modo geometrico, come da uno che ce n’era nel 1949 quest'anno 12 mila hanno fatto domanda, se continua così io non so com’è che potranno fare le guerre, per lo meno gli italiani, perché allora io direi invece che se l’obiezione di coscienza continua a questo ritmo e si politicizza sempre di più ed entra di più, sempre di più, nella coscienza del civile e del sociale, allora a questo punto l’obiezione di coscienza sarà la bomba N delle caserme, cioè moriranno i soldati, spariranno i soldati dalle caserme e resteranno soltanto le strutture che diventeranno soltanto dei musei di preistoria, di questa storia infernale che ci troviamo davanti.

Se si continua a sottovalutare come si è sottovalutato la coscienza e la purezza dell'individuo che non sia schiacciato da una cultura sbagliata, anche quello è un errore gravissimo. Noi dobbiamo avere fiducia nella gente, così come voi stessi state dimostrando di avere scoperto qualche cosa. E se lo avete potuto fare lo avete fatto malgrado la cultura che vi troviate intorno, malgrado le religioni istituzionali, cattoliche, protestanti o ebraiche che siano.

E se voi siete capaci di fare delle cose, di capire delle cose, di cercare delle cose malgrado la cultura che vi è stata imposta, quanto più è possibile con il vostro aiuto far sì che gli altri possano finalmente scoprire questa strada che è antica come il mondo, quella della pace. Esiste dentro l'individuo l’aspirazione, il bisogno, il pensiero della pace; bisogna solo riscoprirlo ed è possibile se voi ci date una mano. E non battiamoci col pessimismo dentro il cuore; e se pessimismo deve essere, deve essere positivo, cioè per batterci contro tutto ciò che ci impedisce di lavorare in pace. Ora però devo per forza e necessariamente passare alle proposte; perché avevo promesso e mantengo. La lega per il disarmo unilaterale che qui rappresento accetta insieme al movimento non violento di portare avanti la campagna per la restituzione dei congedi. È chiaro che per ora è rivolta soltanto ai maschi e spero che sia soltanto così per sempre, cioè che non esista mai e poi mai un esercito femminile in Italia e nel mondo. Ma per tutti coloro che hanno avuto la disgrazia, volontari o non volontari, di fare la guerra e di imbracciare un fucile, sarebbe l’ora che restituissero il congedo per tagliare per sempre i ponti con quel tipo di società. Quindi restituzione dei congedi da questo momento in poi per tutti i maschi in età della ragione, anzi solo se hanno raggiunto questa età della ragione. Poi invitiamo, anche se comporta qualche rischio, tutti gli amici che hanno la possibilità di farlo entro la prossima scadenza fiscale, di cominciare a pensare di partecipare con noi ad una campagna di obiezione fiscale per quella parte del 5,5% che va alle spese militari, che come dissi a Roma potrebbe permettere finalmente che le strutture militari muoiano di fame e di decrepitezza infantile. Poi rilancio un’idea che mi sembra sia venuta dal comitato per la pace di Perugia, quella di creare una lega dei Comuni che rifiutano l’installazione dei missili e l’installazione di qualsiasi forma nucleare, cioè no al nucleare civile e militare, non soltanto agli euromissili, altrimenti dopo che abbiamo fatto una bella chiassata intorno a Comiso e dopo che li avranno installati lo stesso perché un movimento così non ha forza, non ha radici, noi siamo finiti e bisogna ricominciare tutto da capo. Allora io direi che bisogna creare una lega o un qualche cosa che rappresenti il rifiuto di tutti i Comuni che hanno capito che hanno raggiunto l’età della ragione perché rifiutino ad uno ad uno e tutti insieme, l'installazione di centrali nucleari di guerra e di pace. Approfittando che siamo in una magnifica sala con tanta gente e in una occasione straordinaria che finalmente può fare ricordare ai cristiani la loro origine, di essere i seguaci del Cristo che rifiutò di chiamare legioni di angeli per liberarlo dal pericolo incombente, visto che dovremmo essere i seguaci di colui che disse «ama il tuo prossimo» e invece imbracciamo il fucile per scannarlo, se siamo riusciti a  ricordarci di questo vi invito a raccogliere delle firme contro l’invio di soldati italiani nel Sinai.

In ultimo vorrei che fin da oggi, visto che non siamo mai riusciti, da questa Presidenza cominciasse una raccolta definitiva di tutti gruppi, italiani ed europei che si rifanno in qualche modo alla nonviolenza, al disarmo e in particolare al disarmo unilaterale che è il nostro campo di battaglia, perché venga una specie di registro navale nel quale siamo tutti imbarcati verso la ricerca di quell’oceano della cultura della pace sulla quale si può fondare un futuro di vita.

sabato 30 marzo 2024

Otto tesi per la educazione linguistica nonviolenta

 1° Il linguaggio è un mezzo per conoscere, analizzare e capire la realtà e per agire su di essa. L’educazione Linguistica Nonviolenta è pertanto incentrata sulla formazione all’uso consapevole degli strumenti linguistici; come elemento di coscientizzazione per la liberazione e per il raggiungimento del ‘potere di tutti’.

2° Il linguaggio è il principale strumento di comunicazione e di socializzazione. È compito di una Educazione Linguistica Nonviolenta educare i ragazzi ad usare il linguaggio (verbale ma anche non-verbale) come mezzo per stabilire rapporti, per conoscersi e per rispettarsi.

3° Il linguaggio è il modo principale per esprimere se stessi, i propri sentimenti ed emozioni, le proprie potenzialità intellettive e la propria fantasia creativa. Una Educazione Linguistica Nonviolenta deve pertanto agire nel senso di una stimolazione dell’espressività dei ragazzi, contribuendo a sviluppare la personalità insieme con la capacità di realizzarsi positivamente all’interno di un gruppo e della collettività in generale.

4° Dal linguaggio traspaiono atteggiamenti, stereotipi, pregiudizi e luoghi comuni che sono legati ad una determinata cultura o sottocultura. È compito dell’Educazione Linguistica Nonviolenta demistificare - attraverso l’analisi del linguaggio -. tutte le impostazioni violente, classiste o comunque discriminatorie.

5° Il linguaggio è strumento della violenza strutturale quando smette di essere al servizio della comunicazione, del dialogo e della verità e serve invece a consolidare gli equilibri di potere, attraverso la mistificazione, la sacralizzazione e la istituzionalizzazione dei ruoli. Una Educazione Linguistica Nonviolenta dovrà allora operare una demistificazione di ciò che retorica e trucchi verbali intendono nascondere (propaganda politica, consumismo pubblicitario, tecnocrazia).

6° Il linguaggio può essere di per sè uno strumento violento, una arma. Una Educazione Linguistica Nonviolenta dovrà abituare i ragazzi a riconoscere nel loro rapporto comunicativo con gli altri tutti i caratteri di aggressività e di sopraffazione, a livelli più o meno consapevoli.

7° Il pluralismo è un dato di fatto della nostra realtà socio-culturale. È compito della Educazione Linguistica Nonviolenta abituare i ragazzi a riconoscere il relativismo culturale, rispettando le diversità di espressione linguistica (idiomi di minoranze etniche, dialetti ....) come segno di rispetto della specificità degli altri e del loro diritto a non essere discriminati per nessuna ragione.

8° Una Educazione Linguistica Democratica e Nonviolenta deve fare ricorso ad una metodologia didattica di tipo attivo, al fine di esercitare le capacità linguistiche  «come strumenti di una più ricca partecipazione alla vita sociale e intellettuale».

https://openlibrary.org/books/OL51504435M/Grammatica_di_pace

lunedì 19 febbraio 2024

Cercare Alternative Nonviolente

“Liberaci dal male”. Ogni volta che recitiamo il Padre nostro, lanciamo quell'appello, di solito senza dedicare a questa piccola preghiera un pensiero particolare; talvolta, però, le parole vengono pronunciate con attenzione e una disperata urgenza. 

C’è nel mondo un oceano di male, espresso in una miriade di modi: menzogne, tradimenti, crudeltà, abusi sessuali, stupri, furti, bullismo, schiavitù e via dicendo. Il male accade negli ambiti più piccoli della vita come nei più grandi, nelle famiglie e tra le nazioni. Spesso comporta la violenza, con ferite che vanno da escoriazioni e occhi pesti a lesioni gravi o mortali. Nel caso

della guerra, innumerevoli sono le persone uccise e milioni quelle ferite. In ogni genere di conflitto spesso le cicatrici che restano sono invisibili e il disturbo da stress post-traumatico è ampiamente diffuso. Milioni di persone si trascinano da un giorno all'altro ricorrendo ad antidepressivi e sonniferi, e cè chi diventa dipendente dalle droghe. Per molti è di gran lunga più facile credere all'inferno che al paradiso. L’inferno è un'esperienza familiare. Liberarsi dai frammenti di inferno che hanno invaso la propria vita è una lotta quotidiana. Eppure la vita cristiana è molto di più che evitare il male. Nella parabola di un uomo da cui era stato scacciato un demone, Gesù afferma:

«Quando lo spirito impuro esce dall'uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo, ma non ne trova. Allora dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. E, venuto, la trova vuota, spazzata e adorna. Allora va, prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora; e l’ultima condizione di quell'uomo diventa peggiore della prima. Così avverrà anche a questa generazione malvagia (Mt 12,43-45)».

Una parabola strana. Qual è il senso? Si può trovarne una spiegazione nella fisica. I vuoti sono voraci e attirano tutto quanto è a portata di mano. Applicato alla vita spirituale, il senso è che si può riuscire a espellere uno spirito cattivo dalla propria vita, ma, a meno che qualcosa di nuovo e di vivificante non riempia lo spazio svuotato, il vuoto che è stato creato attirerà di nuovo non solo lo spirito cattivo esiliato, ma altri sette più malevoli del primo. La parabola suggerisce che uno sforzo puramente negativo di sbarazzarsi delle abitudini autodistruttive, per quanto efficace sulla breve durata, spesso crea un ambiente interiore che finisce per rendere la situazione addirittura peggiore di quella che era. Quante persone conoscete che si sono sottoposte a una dieta rigida, perdendo svariati chili, ma qualche mese dopo erano più grosse che mai? Il peso era stato perso sul momento, ma non erano ancora state acquisite quelle nuove abitudini necessarie per rendere la perdita di peso permanente.

Qualcosa di simile avviene per la violenza. La passività - rifiutarsi di rispondere con violenza alla violenza - è meglio che adottare i metodi del proprio avversario, ma non basta. Se desideriamo essere liberati dal male, di certo una parte della risposta consiste nel cercare metodi che funzionino meglio delle nostre attuali soluzioni fallaci: alternative nonviolente. Di fatto, questa ricerca va avanti da secoli e non è stata priva di frutti.

La comunità cristiana delle origini stupiva i suoi ostili vicini, a ogni livello, rifiutandosi di utilizzare mezzi violenti, che fosse per autodifesa o per ordine di chi comandava. Ma la testimonianza nonviolenta offerta dai cristiani era solo uno degli aspetti del costoso sforzo di convertire i propri nemici, invece di distruggerli. E buona cosa non fare del male ma fare del bene è meglio; bene non uccidere ma meglio salvare vite.

Questo tipo di approccio al conflitto inizia da una consapevole aspirazione a trovare soluzioni radicate nel rispetto per la vita, inclusa la vita dei nostri nemici, e nella speranza che anche loro ne trarranno beneficio. Se nessuno può essere certo di trovare sempre una risposta nonviolenta a ogni crisi che possa presentarsi, possiamo però pregare che Dio ci aiuti a escogitare metodi di resistenza al male che non soltanto evitino di nuocere agli oppositori, ma che comportino anche soluzioni migliori a quei problemi che determinano l’insorgere della violenza.

Durante lo scorso secolo, in parte anche grazie a movimenti associati a leader quali Gandhi e Martin Luther King, quella lotta nonviolenta è divenuta un’alternativa ampiamente riconosciuta alla passività da un lato, e alla violenza dall'altro. Si potrebbe mettere insieme un’enciclopedia di diversi volumi raccogliendo storie, dai tempi antichi fino ai nostri giorni, che dimostrano il potere della nonviolenza nel trasformare i cuori e le strutture sociali. Ma è negli ultimi decenni, mentre la tecnologia della violenza rendeva la guerra qualcosa di più infernale di qualunque male contro cui potesse mai essere diretta, che sono stati adottati in misura crescente degli approcci nonviolenti alla risoluzione del conflitto, da parte di quanti lottano per i diritti umani e la giustizia sociale.

A motivo del mio lavoro con diversi gruppi che promuovono approcci nonviolenti alla risoluzione del conflitto, ho avuto il privilegio di conoscere molti straordinari operatori di pace, alcuni dei quali piuttosto celebri ma la maggior parte noti principalmente nei loro paesi. Penso, per esempio, a Mario Carvalho de Jesus, conosciutissimo in Brasile ma di cui nel resto del mondo si sa poco o nulla. Grazie all'attività che stavo svolgendo intorno al 1989 con l’IFOR, mi capitò di conoscerlo. Mario è un avvocato brasiliano, sposato e padre di sette figli. Il risvegliarsi in lui di una religiosità cristiana, esperienza che visse mentre era ancora uno studente di legge, lo portò a maturare una vocazione di impegno per i poveri. Arrivò a collaborare alla nascita del Servizio per la pace e la giustizia, una rete di movimenti per la giustizia sociale latinoamericani. È anche tra i fondatori del Fronte nazionale del lavoro, un’organizzazione brasiliana di lavoratori che promuove l'applicazione della dottrina sociale cristiana mediante la nonviolenza attiva.

Nel periodo tra il 1964 e il 1985, quando il Brasile era governato da una giunta militare, il coinvolgimento di Mario con i poveri e con i sindacati lo rese un bersaglio del regime, facendolo di conseguenza finire ripetutamente in carcere. Dettaglio degno di nota: Mario possiede il dono di arrivare a tutti, inclusi i nemici, con la sua maniera affettuosa, disarmante.

Durante uno sciopero, quando venne inviata la polizia ad attaccare i lavoratori, Mario si mise alla testa dei manifestanti scandendo a voce alta lo slogan: “Lunga vita alla polizia!”. Poi andò a parlare con i poliziotti, dicendo loro: “Noi siamo vostri fratelli! Proprio come voi avete la vostra uniforme, anche noi abbiamo i nostri abiti da lavoro. Se la legge in Brasile proteggesse i diritti, saremmo stati noi a chiamarvi e a chiedervi di intervenire nei confronti del nostro capo. Ma ora che siete qui non dovete preoccuparvi per noi. Non vi creeremo problemi. Rispetteremo la proprietà e le persone”. Poi passò a spiegare agli agenti i motivi per cui i lavoratori stavano scioperando. La polizia decise di non disperdere la manifestazione. Fortunatamente, dopo quarantasei giorni, i lavoratori ottennero l’accordo che stavano cercando.

Durante i periodi trascorsi in carcere, Mario si comportava in modo altrettanto amichevole con le guardie, senza risentimento per la sua condizione di prigioniero. “Il carcere - mi disse - mi offre l'opportunità di trasmettere il messaggio evangelico alla polizia!”. Spiegava:

«Non dobbiamo avere paura di finire in prigione o di dare la nostra vita perché è proprio la paura che rafforza il sistema politico. Ricordatevi degli apostoli, quando venivano messi in prigione e picchiati. Venivano picchiati ma erano felici di dare testimonianza alla verità di Cristo. Dobbiamo preparare gli attivisti nonviolenti a essere contenti quando vengono mandati in carcere.»

Mario spiegava spesso in cosa consistesse la nonviolenza attiva:

«A un primo sguardo, il metodo della violenza è quello che impressiona maggiormente perché soddisfa i nostri impulsi aggressivi. Ma, guardando attentamente, si vede che ciò che la violenza promette non si verifica mai. Quando va bene, se si è abbastanza fortunati da stare dalla parte vincente, si scopre che molte delle persone e dei luoghi che si volevano proteggere sono andati distrutti. C’è un piccolo intervallo a disposizione - chiamato “pace” - prima del prossimo scoppio. Un altro problema della violenza è che richiede segretezza, per poter essere efficace. Gli incontri devono essere clandestini, e bisogna diffidare perfino delle persone con cui si lavora, perché c’è sempre la possibilità che una di loro sia una spia. Inoltre, il fattore della violenza impedisce di solito alla famiglia di lavorare insieme per il cambiamento sociale. Comporta il sacrificio di se stessi, il che può essere positivo, ma ha una tendenza alla corruzione e, per sua natura, distrugge. La violenza ha sempre fretta. Prospera nutrendosi di paura, collera, odio e aggressione. Usa menzogne. Nella vita di Gesù, inoltre, non c’è alcun tipo di uccisione. Lo si vede invece parlare chiaro e tondo contro la violenza. La nonviolenza attiva, però, non cerca la vittoria di un gruppo su un altro, bensì un cambiamento di cui benefici l’intera società. Si basa sulla verità e sull’amore, non sulla dominazione. È paziente. È disposta a prendersi tutto il tempo che ci vuole. È convinta che, proprio come ci siamo convertiti tu e io, anche altri possano cambiare. Chi di noi cambia grazie alle minacce? Piuttosto che far soffrire il nemico o il testimone incolpevole, la persona nonviolenta prende su di sé la sofferenza e fa tutto il possibile per proteggere chi è innocente. Con la nonviolenza attiva, tutta la famiglia può partecipare, anche il debole e l'anziano. Noi rispettiamo ogni persona e crediamo che ciascuna abbia qualcosa di buono da realizzare, qualcosa di cui tutti abbiamo bisogno. Nonviolenza significa guarire, invece che uccidere. Come i medici cercano di guarire i corpi mal funzionanti, noi cerchiamo di guarire le comunità mal funzionanti. E con la nonviolenza, possiamo sempre ispirarci alla vita di Gesù, il quale vive soltanto della verità e ci offre costantemente l'esempio della guarigione».

Un altro esempio ancora è quello offerto dalla lotta per la democrazia nelle Filippine, nel 1983. Che esito differente si avrebbe avuto, se non fosse stato per l’impegno nonviolento di così tante persone. Negli ultimi mesi prima che il dittatore Ferdinand Marcos fuggisse dal paese, sorsero delle “tendopoli” per la preghiera e la formazione alla nonviolenza in diversi centri abitati. Di ritorno da una visita ai leader del movimento di formazione alla nonviolenza nelle Filippine, Hildegard Goss-Mayr scrisse:

«Una delle tende era stata issata all’interno di un piccolo parco nel bel mezzo della zona delle banche a Manila, dove si concentrava il potere finanziario del regime di Marcos. Intorno alla tenda della preghiera, si trovavano, giorno e notte, persone che si erano impegnate a digiunare e pregare e che, nel loro digiuno e nelle loro preghiere, portavano avanti l’intero processo rivoluzionario. E io ritengo che non daremo mai abbastanza risalto a questo aspetto: che cioè in tutto quel processo c’è stata sempre questa unione di un’azione esterna nonviolenta, diretta contro un regime ingiusto, e di quella profonda spiritualità che ha dato alle persone la forza, più avanti, di restare ferme in piedi davanti ai carri armati e di affrontare i carri armati: la potenza del digiuno e della preghiera.

E nelle celebrazioni dell’eucarestia puntualizzavano che non si combatte contro gli esseri umani in carne e ossa, ma si combatte contro i demoni della ricchezza e dello sfruttamento e dell’odio che devono essere espulsi ... da se stessi, dai militari, da Marcos e dai suoi seguaci ... C'è una grande differenza ... tra incentivare l’odio e la vendetta o invece aiutare le persone a prendere posizione risolutamente per la giustizia ma, al tempo stesso, a non lasciarsi possedere dall’odio per quanti stanno dalla parte dell’oppressore ... [Si impara] a prendere posizione per la giustizia e ad amare il proprio nemico ... fino al punto di voler essere liberati, di volerlo rendere libero, di volerlo conquistare, portarlo dalla propria parte. Non si vuole la sua distruzione ma la sua liberazione».

Fu precisamente quello spirito a guidare centinaia di migliaia di persone disarmate a riempire le strade, a sbarrare il passo ai carri armati e a rivolgersi ai soldati come a fratelli e sorelle. “Tu sei uno di di noi”, ripetevano. “Tu appartieni al popolo”. Nel caso di un distaccamento di soldati inviati a prendere il controllo di una stazione televisiva, con l’ordine di farsi strada sparando se necessario, le persone che bloccavano l’ingresso accolsero i soldati offrendo loro hamburger e Coca Cola acquistati al vicino ristorante McDonald's. I soldati mangiarono gli hamburger, bevvero la Coca Cola e fecero rientro alle loro caserme.

Il 26 febbraio 1986, sconfitto da un movimento nonviolento che aveva fatto ricorso a quello che veniva chiamato “potere del popolo”, il regno di Ferdinand Marcos terminò. Lui e la moglie, Imelda, furono portati alle Hawaii da un jet dell’aviazione statunitense.

[estratto da: Jim Forest "Amare i nemici. Il comandamento più difficile". 2014]

sabato 17 febbraio 2024

La riconciliazione, inizio della pace

 [...] «L'offerta del perdono  è il momento più alto dell'evento etico e del momento teologale della Parola, perché appello alla conversione nel senso più forte di questo termine: il rovesciamento del cuore violento, la sua resa senza più resistenza. Per questo motivo la forza del perdono raggiunge anche il massimo della fragilità: il perdono dato può essere rifiutato, può lasciare indifferenti o persino suscitare risentimento. Il perdono è privo di ogni garanzia storica di avere una propria efficacia sul destinatario.

Si aggiunga che, accanto a quegli episodi dove l'identificatore dell'offensore e dell'offeso non presenta alcuna difficoltà, si distende il campo molto più ampio dove l'offesa è stata reciproca, dove ragioni e torti stanno da entrambe le parti, e perciò il perdono può essere soltanto dato e richiesto a un tempo; e il gesto complessivo è allora la proposta di riconciliazione. In ambito "politico" (assumiamo il termine nell'accezione più larga) l'inizio della pace è dato da questa volontà: accettare l'offerta di riconciliazione. Il «fare la pace» - nel senso dei «costruttori di pace» della beatitudine in Mt 5,9 - è insieme il «fare pace» e il «costruire la pace»; ma la prima pietra di questa costruzione è quella volontà di riconciliazione. Ora, la coscienza della fragilità del perdono e della riconciliazione postula un atteggiamento di fede, sia essa modulata religiosamente o meno. Bisogna credere nella pace per costruire la pace; credere nella pace come riconciliazione per costruire la pace come pienezza. Dove il "credere" va inteso in quel senso così delicato e arduo che definisce il rapporto tra persone: quell'aver fiducia che fa credito  alla possibile volontà di bene anche malgrado ogni prova contraria, ma al tempo stesso non rinuncia alla vigilanza nei confronti della ancora possibile volontà di male.

Va nella prima direzione, della fiducia incrollabile, l'assunzione della nonviolenza come elemento definitorio della politica; un'assunzione che è matura quando è consapevole della propria  qualità di miracolo. É quanto traspare da una dichiarazione fatta a suo tempo da Gerry Adams; «Qualcuno sostiene che la politica è l'arte del possibile. Ciò la sminuisce: la politica in Irlanda del Nord è l'arte dell'impossibile».

É una visione che dissipa, da un lato, l'illusione della politica come ingegneria sociale, governata da principi di necessità quasi meccanica, e, dall'altra, l'illusione supplementare che ai limiti della politica ponga riparo il ricorso sistematico alla violenza. Ma insieme il miracolo della relazione tra soggetti non ha nulla di sensazionale; e dunque la violenza non può garantire in termini di necessità mistico-magica il proprio risultato.

Questo vuol dire che l'adozione della nonviolenza come principio e motore della politica non può essere intesa come esclusione di un eventuale ed eccezionale ricorso alla violenza. Il pacifismo assoluto, inteso come negazione di tali eventualità, è fede cieca nell'efficacia della nonviolenza, dove l'aggettivo non è una maggiorazione del sostantivo, ma una sua contaminazione con elementi che le sono estranei, appartenenti al mondo dell'irrazionale. [...]

[estratto da: Armido Rizzi "Alle origini della violenza. Il nodo della cultura di pace" 2015]

lunedì 12 febbraio 2024

Sette pratiche di riconciliazione

«In quattro giorni di dibattito vennero formulate sette pratiche di riconciliazione per ricomporre le dispute all'interno del sangha [..]
La prima pratica è detta sammukha-vinaya, "sedere faccia a faccia". La disputa deve essere esposta davanti all'intera comunità, in presenza di entrambe le parti in causa. Lo scopo è di dissuadere da discussioni private che hanno inevitabilmente l'effetto di influenzare e di far parteggiare per l'una o l'altra fazione, accrescendo la tensione e la discordia.
La seconda è detta smirti-vinaya, "ricostruzione dei fatti". Le parti si sforzano di ricostruire dall'inizio le cause della disputa. Si cerca di far luce sui minimi particolari. Quando vi siano, vengono presentate prove e testimonianze. La comunità ascolta in silenzio e attenzione per raccogliere tutti i dati utili alla comprensione della disputa.
La terza è detta amudha-vinaya, "non ostinazione". Si suppone la buona volontà delle parti di risolvere il conflitto, e la comunità si aspetta che entrambi i contendenti diano prova di ricercare la riconciliazione. L'ostinazione è da considerarsi negativa e controproducente. Se una parte ammette di aver violato un precetto per ignoranza o in un momento di agitazione mentale, senza intenzione di trasgredire, la comunità ne tiene conto in vista di una soluzione equa per entrambe.
La quarta è detta tatsvabbasiya-vinaya, "confessione spontanea". Le parti vengono incoraggiate ad ammettere la propria trasgressione senza bisogno di esservi spinte dal contendente o dalla comunità. La  comunità concede tutto il tempo per dichiarare le proprie colpe, per minime che siano. L'ammissione spontanea è un grande passo verso la riconciliazione e incoraggia la parte avversa a fare altrettanto.
La quinta è detta yadbbuyasikiya-vinaya, "decisione unanime". Sentite le due parti ed essendo palese la volontà dei contendenti di giungere a un accordo, la comunità emette un verdetto unanime.
La sesta è detta pratijnakaraka-vinaya, "accettazione del verdetto". Il verdetto viene pronunciato tre volte ad alta voce. Se nessuno protesta, è considerato vincolante. Le parti non hanno il diritto di opporsi, in quanto dichiarano di avere fiducia nella decisione della comunità e di accettare il verdetto, qualunque esso sia.
La settima pratica è detta trnastaraka-vinaya, "coprire il fango con la paglia". Nella riunione, un monaco anziano è delegato a rappresentare ciascuna delle due parti. Vengono scelti due monaci di grande levatura, che godono del rispetto del sangha. Essi ascoltano con attenzione e senza intervenire, quindi esprimono la propria alta opinione, pronunciando parole capaci di lenire e guarire le ferite, di indurre la riconciliazione e il perdono, così come, stendendo sul fango della paglia, si può passare senza insudiciarsi gli abiti. La presenza di tali monaci anziani fa sì che le parti accantonino più agevolmente i meschini interessi, che le amarezze vengano addolcite e la comunità possa esprimere un verdetto equo per entrambi i contendenti».

[ Thich Nhat Hanh in: "Vita di Siddhartha il Buddha" 1991 ]

politica fondata sulla non violenza

«Lo scorso anno, maestà, mi recai nella mia famiglia, nel regno degli Sakya. Mi fermai alcuni giorni ad Arannkutila, ai piedi dell'Himalaya, e riflettei su una politica fondata sulla non violenza. Compresi che uno stato può godere di pace e sicurezza senza dover ricorrere a misure violente come imprigionare e mettere a morte. Ne parlai a mio padre, il re Suddhodana, e ora ne parlo anche a te. Un governante che regna con compassione non ha necessità di dipendere da mezzi violenti».
[ Thich Nhat Hanh in: "Vita di Siddhartha il Buddha" 1991 ]

lunedì 5 febbraio 2024

Liliana Segre: «Scelsi la vita e da quel momento sono diventata libera»

 [..] Con i suoi tredici anni Liliana si trova davanti il suo aguzzino nazista che goffamente si toglie la sua divisa per tentare di salvare la pelle, lasciandole la pistola ai piedi. Dalle fibre incorrotte della sua umanità calpestata emerge un gesto che cambia tutto. Liliana non raccoglie quella pistola, non spara perché dice a se stessa, in un immaginario dialogo con lui: «Ti lascio andare, ti lascio tornare alla tua casa, a tua moglie, ai tuoi figli».
La sua testimonianza s'è calata nel profondo della mia anima. L'ho ripresa decine di volte, nelle circostanze più diverse, fino a sentirla al vertice di quello che chiamo "l'umano". Indica la via che schiude alla pace con una drammaticità unica.  Il gesto che l'ebrea Liliana conserva in silenzio per lunghissimi anni è un gesto di bene inesauribile, che dissolve lentamente il male subito. Poi può essere comunicato, disseminato: «Io scelsi la vita e da quel momento sono diventata libera».
Un gesto di pietà verso il nemico, fecondo di salvezza per altri. Un passo che toglie a Liliana l'etichetta angusta della "sopravvissuta" - e Dio sa quanti non ne hanno sopportato il peso! - gettandola fuori da Auschwitz in una vita nuova. In quel gesto si sono spezzati i cancelli e i fili spinati interiori. Nel "lasciare andare" una persona,il nemico, ha lasciato andare il male e i suoi effetti, prendendone le distanze per sempre.
Non ha dimenticato, Liliana, ma è entrata in quella dinamica di riconciliazione che mezzo secolo più tardi, in Sudafrica, ha alimentato la giustizia riparativa da parte della vittima: generare un inizio senza vendicarsi. Un inizio sorprendente, una fessura, anzi uno squarcio da cui il futuro ha ripreso consistenza e luce, mentre il male vissuto si è inabissato nel nulla. Come tanti altri ebrei, Liliana negli anni è stata capace di "far memoria", a prezzo della sofferenza catartica di rivivere il tragico passato.

[estratto da: Franco Vaccari "stoRYcycle - la bellezza di storie rovesciate" 2018]

lunedì 29 gennaio 2024

La pace di Francesco. - Pax Christi, Beati costruttori di pace e la Comunità di Sant'Egidio, pratica e diplomazia contro la guerra.

 'Perché come dice papa Francesco...'. Nella galassia pacifista italiana può succedere più e più volte di incappare in questa premessa all'inizio di un ragionamento.  Una specie di sigillo di qualità preventivo delle proprie affermazioni, nella speranza di non venire arruolati nel campo dei nemici dell'Occidente. E allo stesso tempo un richiamo all'unica figura universalmente riconoscibile come portatrice dei valori di un pensiero pacifista radicale. Il pontificato di Francesco rappresenta infatti un passaggio rivoluzionario nella storia della Chiesa perché sin dal suo insediamento quel cattolicesimo definito del dissenso, guardato con sospetto dalle gerarchie per la pericolosa vicinanza con le forze progressiste e materialiste, non solo viene pienamente legittimato, ma anzi accolto ed eletto a interlocutore principale del papa. Il quel dissenso c'erano storicamente ampie sensibilità pacifiste che in passato si erano mosse e a volte saldate contro le cautele e il realismo delle gerarchie ecclesiastiche, dai Cristiani per il socialismo, a Pax Christi, dalla rete Lilliput a Beati i costruttori di pace, dalla Comunità di Sant'Egidio alla Comunità papa Giovanni XXIII. Furono coinvolti perfino alcuni settori di Comunione e Liberazione, basti pensare che, ad esempio, i giovani di CL nel Meeting di Rimini del 1981 votarono un documento contro l'installazione dei missili atomici a Comiso. Se papa Giovanni Paolo II diceva che la Chiesa «non è pacifista ma pacificatrice», un pò un modo per sfuggire a un possibile intruppamento in un contenitore storicamente progressista, oggi la Chiesa «è pacifista per ché crede e lotta per la pace», riprendendo un titolo dell'«Osservatore romano» che citava le parole del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin.
Il discorso pubblico di José Bergoglio attorno al tema della pace, del disarmo e del rifiuto della violenza ha sempre avuto la caratteristica di privilegiare la schiettezza. Con lo scoppio della guerra in Ucraina è avvenuto lo stesso, se possibile alzando ulteriormente i toni di condanna e di disgusto di fronte all'escalation militare. Partendo sì dal presupposto che si stava trattando di un'aggressione militare, ma denunciando al contempo il clima bellicista in cui ci si stava avvitando. 

[Matteo Pucciarelli in: "Guerra alla guerra. Guida alle idee e alle pratiche del pacifismo italiano. 2023]